Non
ho mai pianto, non potevo farlo. Bruciavano
le scarpe, addirittura. Potevano
servire come tazze per
bere, per mangiare o cucinare, ma
noi cucinavamo la paura. Trenta
chili di ossa diventó il mio corpo. E
poi la sete, sempre tanta arsura. E
il freddo di quei quattro lunghi inverni, quattro
torride estati, giorni eterni. La
resa ci chiedevano i cecchini, padroni
della vita e della morte, mirando
da lassù anche ai bambini, piccole
vite da tirare a sorte. Ma
non mi sono arresa, non potevo. Pensare
a sopravvivere dovevo in
questa mondo oscuro che è la Bosnia, in
quella grande bara, Sarajevo.
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