venerdì 14 settembre 2007

Giochi di poesia



Credo che questi siano esempi di come con la poesia si possa anche giocare.



Il Punto disobbediente.

Signori della corte sono “il punto”.
Il mio dovere è chiudere il discorso
ed anche andare a capo all’occorrenza
ma ad una decisione sono giunto
spinto dall’onda amara del rimorso.
Vi chiedo di ascoltarmi con pazienza.

Non si può dire punto a capo e basta
dinnanzi a disperate mani tese,
a piedi nudi su terre bruciate,
ai privilegi di qualunque casta.
Non voglio più deludere le attese
di troppe voci a lungo soffocate.

Ci son parole che non hanno fine,
pagine intense che non so voltare
disobbediente allora io divento
poiché non posso metter un confine
a grida e gesti che non so fermare
che devono viaggiare insieme al vento.

Mi sembra giusto in certe circostanze
nel torbido torpore collettivo
che un mio fratello debba primeggiare
così che non sian perse le speranze
e questo “punto”, l’interrogativo,
piatti cervelli induca al ragionare.

Son pronto ad accettar le conseguenze
di questo mio rifiuto improvvisato.
Sapranno gli occhi grandi dei bambini
un giorno risvegliare le coscienze
in questo mondo mezz’addormentato?
Io chiudo il mio discorso coi puntini
……..


Sara Ferraglia - 2006




La bugia più grossa

C’era una volta un lontano paese
il più sperduto di tutto il pianeta
che organizzava alla fine del mese
una tenzone alquanto inconsueta.

Ed arrivavano da tutto il mondo
Sull’ali aperte della fantasia
Per poi combattere fino in fondo
A chi diceva più grossa bugia.

“Sono Mohamed e sono africano
Fin qui arrivato su lussuosa nave
Laggiù la fame è un ricordo lontano
È l’abbondanza il problema più grave.”

Ed applaudiva quella folla immensa
Baci ed abbracci e grida della gente
E la tensione si faceva densa
All’apparir di un altro concorrente

“ Io son Saeb e son palestinese
Vi porto i frutti di un’antica terra
Ormai regna la pace al mio paese
Nessu bambino sa cos’è la guerra.”

E si guardavan tutti con stupore
Per l’alta qualità degli sfidanti
Sceglierne uno e farlo vincitore
Compito ingrato per i giudicanti.

All’improvviso in mezzo a quel frastuono
Vestita solo con una bandiera
Accompagnata da un tribale suono
Venne una donna dalla voce fiera.

“Io non ho nome né cittadinanza
mi chiaman pace o democrazia
mi chiamano giustizia oppur speranza
ma chi mi uccide è spesso la bugia.”

Cadde il silenzio nell’antica piazza
Svanì il sorriso da quei mille occhi
Appartenenti a gente di ogni razza
E furon molti a sentirsi sciocchi.

C’era una volta un paese lontano
E c’era il festival della bugia
Non mi credete? Vi sembra strano?
C’era davvero. Parola mia.




Sara Ferraglia - 2005



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